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Il telecinema di film di famiglia

Digitalizza film 8 mm e super 8 professionalmente

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E se dovessi trovare dei film 8 mm o super 8?

La mia Attività di digitalizzazione di film amatoriali, in parte per i clienti che si affidano a me e in parte per il mio archivio personale, ho salvato migliaia di pellicole 8 mm e super 8 dall’oblio. La media di chi si trova tra le mani quel genere di film, infatti, di solito opta per due decisioni:

  1. buttarle, vista la difficoltà di reperire un proiettore per guardarle
  2. metterle in uno scaffale in attesa di tempi indefiniti, che nella scala dell’oblio è una decisione poco migliore della prima (e non è detto che un giorno non si trasformi in questa).

Dall’orlo della discarica a Netflix

In tema di valorizzazione di film storici, il mio lavoro, per lo meno per quanto riguarda la collezione privata che ho acquistato pezzo per pezzo in giro per il mondo, non termina con la digitalizzazione e il restauro dei girati. I film esistono solo se qualcuno li può guardare. Se di questi esiste una copia ma non è consultabile, è come se non ci fossero.

Negli anni con il mio archivio ho fornito decine di documentari prodotti in giro per il mondo. Alcuni di questi sono fruibili nelle principali piattaforme di streaming al mondo, a cominciare da Netflix, come dimostra questo screenshot dei titoli di coda di un documentario del grande David Attenborough intitolato Superare i limiti: la scienza del nostro pianeta.

Le produzioni di David Attenborough, e tanto più quelle originali di Netflix, non badano a spese, quindi non si sono rivolti a me perché i video del mio archivio sono economici e di scarsa qualità, ma perché il livello della digitalizzazione e del restauro è all’altezza di uno dei migliori prodotti audiovisivi di questi anni.

Operazione Budapest – il documentario

Un’altro progetto a cui ho partecipato e al quale tengo particolarmente, perché è uno dei rari documentari italiani con i quali ho avuto il piacere di lavorare, lo trovate su Prime Video e si intitola “Operazione Budapest”.

In quel caso agli autori servivano immagini di Budapest girate nell’anno in cui si svolge la storia e io gli ho fornito queste, direttamente dal mio archivio:

 

Considerate che nel 1983 l’Ungheria era una dittatura e il turismo era minimo, quindi non è esattamente facile reperire immagini anche di una città importante come Budapest. Io ci sono riuscito grazie a un accordo che ho fatto con gli eredi di un regista amatoriale tedesco del quale ho acquisito la collezione, condividendo su questo sito e sul mio canale YouTube filmati che altrimenti sarebbero andati persi insieme alla storia che immortalano.

Potete verificare quanto ho detto controllando i titoli di coda dello stesso documentario dove, accanto a RAI Teche e ad altri fornitori, compare anche il nome del mio archivio (Footageforpro):

Titoli di coda del documentario Operazione Budapest

La mia collezione, creata con i filmati che ho acquistato in giro per il mondo accordandomi con i legittimi proprietari (quindi non di certo con ignari clienti che hanno acquistato il mio servizio di telecinema) è consultabile in questo sito.

Tutti i video che la compongono sono visibili liberamente sul mio canale YouTube e sono visti ogni mese da centinaia di migliaia di spettatori. Questo, lo sottolineo, nonostante si tratti di film storici in pellicola, quindi non esattamente focalizzati sui classici argomenti di cui parlano gli influencer che hanno successo su internet.

Grazie a questa popolarità, negli anni ho acquisito i diritti di numerose collezioni private, accordandomi a volte con i registi amatoriali che le hanno create o, più spesso, con i loro eredi. Così facendo, ho potuto dare la giusta ribalta a chi, in tempi in cui le cineprese non erano esattamente qualcosa che l’uomo medio utilizzava al pari della funzione video degli smartphone di oggi, con la sua arte e i suoi sacrifici ha ripreso il ‘900 da un’angolazione diversa da quella dei documentari istituzionali dell’epoca, spesso bellissimi ma che in tempi di forte censura non la raccontavano tutta.

I film orfani: senza autore, ma degni di essere visti

I film 8 mm si possono trovare in diversi modi. Quello che preferisco è accordarmi con i legittimi proprietari e avere la libertà di valorizzare i film, mettendoli su YouTube così da renderli fruibili da tutti, o dando la possibilità di riutilizzarli ai registi di documentari che sono molto più bravi di me a inserirli in una narrazione capace di dare un contesto storio alle immagini. Questo avviene, anche per la Legge normalmente non consente di diffondere opere senza una liberatoria scritta, almeno per i successivi 70 anni dalla morte dell’autore.

Esiste però un eccezione: i film orfani, ovvero quelli il cui autore non è noto e non è oggettivamente rintracciabile, quando questi riguardano un evento storico.

Non sono un Avvocato e quindi non mi addentro in discussioni giurisprudenziali, mi limito a dire che in qualsiasi ordinamento ci sono delle norme che tutelano due diritti che spesso sono in contrasto tra di loro:

  • il diritto dell’autore del filmato a diffondere l’opera solo con la sua autorizzazione
  • il diritto di cronaca, ovvero il rendere disponibili alla collettività le riprese (o le foto o, più in generale, le informazioni) che riguardano eventi pubblici

C’è un ulteriore Legge a tutela del diritto alla diffusione dei film orfani, e questa va anche oltre il fatto che si tratti di film il cui autore non è rintracciabile:

Secondo la Legge 22 aprile 1941 n. 633, le opere cinematografiche prive di carattere creativo divengono di pubblico dominio a partire dall’inizio dell’anno solare seguente al compimento del ventesimo anno dalla data di produzione.

A differenze delle opere dell’ingegno di carattere creativo che, come dicevo, lo diventano a 70 anni dalla morte dell’autore.

Di conseguenza se a un mercatino dell’antiquariato, nei meandri di una bancarella, trovo una bobina 8 mm che senza il mio intervento finirebbe la sua vita a fungere da fermaporta, o nella migliore delle ipotesi entrerebbe a far parte dell’archivio polveroso di un collezionista vecchia maniera che al massimo se la guarderebbe in solitaria per un paio di volte, io ho il diritto di diffonderla, e ho il dovere di:

  • digitalizzarla
  • restaurarla

nel migliore dei modi possibili, come il mio laboratorio è perfettamente in grado di fare, grazie allo scanner professionale che uso e alla mia esperienza con i programmi di restauro.

L’inaugurazione dello Stadio Olimpico nel 1953 e altri eventi sportivi degli anni ’50

Quello che oggi si chiama Stadio Olimpico, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non è stato ultimato nel 1960 per le Olimpiadi di Roma, ma 7 anni prima, quando ancora si chiamava Stadio dei Centomila, perché centomila era il numero massimo di spettatori consentiti, considerato che c’erano anche i posti in piedi (oggi sono 30 mila in meno, ma tutti a sedere).

L’evento di inaugurazione fu, più precisamente, una partita della nazionale di calcio contro l’Ungheria. Per la cronaca finì 3-0 per gli ungheresi che, considerato che gli equilibri calcistici odierni sono molto lontano da quelli, fa strano sapere che lo stesso anno vinsero con un analogo scarto una storica sfida contro l’Inghilterra a Wembley, complice anche la presenza del miglior calciatore di quella generazione, ovvero Ferenc Puskás, che per altro all’Olimpico, quel giorno, segnò due gol.

Venendo al mio progetto, al di là che io non sappia chi sia l’autore del film che potete ammirare qui sotto e che con tutta la buona volontà del mondo non ho elementi per rintracciarlo, la Legge mi consente di diffondere quel film 8 mm inedito che ho restaurato e che è stato girato durante diversi eventi, uno dei quali risale proprio al 7 maggio 1953, ed è ambientato allo Stadio dei Centomila di Roma, proprio il giorno dell’inaugurazione (da 1:53 a 6:45):

Il mio lavoro di restauratore non si limita a ricavare il miglior video possibile perché, per completare il valore storica del video che diffondo, bisogna anche dargli:

  • un luogo
  • una data

visto che nelle bobine quasi mai ci sono quelle indicazioni.

A dire il vero, con tanti anni di esperienza alle spalle non mi è stato difficilissimo riuscirci.

Come dicevo nella bobina ci sono diversi eventi immortalati:

  1. un rally
  2. l’inaugurazione dello Stadio dei Centomila
  3. un’evento a un velodromo

Per quanto riguarda il rally, l’individuazione del luogo non è stata problematica, considerato che in carriera ho lavorato su migliaia di bobine. Si parte da due fotogrammi:

Cartello stradale a Radicofani, Val d'Orcia, 1953

La Rocca di Radicofani nel 1953

L’indicazione sul primo fotogramma:

  • il km 159 della Cassia

è già sufficiente a localizzare le riprese che, come visibile dal girato, si svolgono, per quanto riguarda il rally, sempre nello stesso luogo. A conferma incrociata che si tratta di Radicofani, c’è poi il secondo fotogramma che riporto, ovvero la Rocca . Grazie a ricerche piuttosto generiche su Google, del tipo:

  • castello Cassia toscana

appaiono una serie di immagini, tra cui quella qui sotto, in fondo a destra). Cliccandoci sopra, magari non al primo colpo visto che c’è sempre bisogno di controlli incrociati per confermare un luogo, ho avuto la certezza che si trattasse della Rocca di Radicofani.

Risultati su Google relativi a una ricerca per localizzare un luogo presente in un film 8 mm

La piccola curiosità è che nel 1953 la Cassia passava per l’abitato di Radicofani. 11 anni dopo è stata inaugurata una variante che ne evita l’attraversamento.

Il rimpianto è che nonostante le ricerche che ho effettuato l’evento rimane sconosciuto, o quanto meno non ce n’è traccia sul web, quindi se qualcuno avesse informazioni a riguardo sappia che mi farebbe molto piacere aggiungerle e catalogare un pezzo, per quanto piccolo, di storia d’Italia.

Italia-Ungheria 3-0: doppietta di Puksas

Si passa poi alla partita di calcio.

Per quanto riguarda il luogo che, viste le dimensioni dello stadio e il fatto che la prima parte della pellicola è ambientata in Toscana, la prima ipotesi che ho formulato per istinto si è rivelata sbagliata, ovvero:

  • Artemio Franchi di Firenze

Stadio ugualmente concepito in anni di architettura razionalista, quindi compatibile con le forme che si vedono.

Grazie a internet (chissà quanto difficile sarebbe il mio lavoro se non ci fosse…), mi è stato però estremamente facile imbastire una serie di controlli incrociati per giungere presto alla conclusione che si trattasse di Roma, nonostante in un primo momento fossi stato ingannato dall’immaginario post Italia ’90 di un Olimpico sfigurato dalla copertura, nonché dall’erronea convinzione che lo stadio di Roma fosse stato costruito per le Olimpiadi (in realtà, in una forma somigliante a quella dell’inaugurazione esiste, con nomi diversi, già dagli anni ’20).

Scoperto il contesto geografico, si passa alla data, che non può quindi essere antecedente al 1953. Essendo del tutto evidente che si tratta di una partita della nazionale di calcio e che i giocatori in maglia non azzurra (o non grigia, vista la pellicola in bianco e nero) escono felici dal campo, il gioco è quasi fatto. Andando infatti in questa pagina si trova la lista delle incontri giocati dalla nazionale allo Stadio Olimpico. Le uniche due sconfitte avvenute in un’epoca compatibile con le riprese sono con l’Ungheria nel 1953 e, meno probabilmente, con l’Inghilterra nel 1961. Quest’ultima partita però la si può con un’analisi appena un po’ più approfondita esclude, essendo successiva alle Olimpiadi, quindi quando lo stadio già presentava il tabellone elettronico, che invece manca nel film 8 mm.

Quindi, non c’è dubbio che è proprio il 7 maggio 1953. E di conseguenza anche gli altri due eventi ripresi (il rally in Val D’Orcia e la corsa al velodromo che si vede alla fine) sono verosimilmente avvenuti in quel periodo.

A riprova della data c’è appeso all’edificio della Farnesina, visibile dalle tribune, uno striscione con la scritta:

VOTA DEMOCRAZIA CRISTIANA

Striscione "Vota Democrazia Cristiana" appeso alla Farnesina e visibile dallo Stadio Olimpico nel 1953

Le elezioni politiche infatti si svolsero meno di un mese dopo, il 7 giugno 1953.

Mi permetto di fare una piccola annotazione con una vena di polemica. Trattandosi dell’inaugurazione del principale stadio italiano, l’evento all’epoca ebbe sicuramente una buona copertura filmica, per quanto si svolse in tempi in cui la televisione non c’era ancora (la RAI iniziò ufficialmente le trasmissioni l’anno dopo). Il problema è che se le immagini non vengono pubblicate e quindi la gente non le può vedere, è come se non esistessero e non è possibile che l’onere di mostrare agli Italiani quell’evento spetti a me.

Su internet in realtà c’è qualcosa, ma la qualità della digitalizzazione è quella, imbarazzante, di 30 anni fa, nonostante il girato sia di livello professionale, se non altro per la posizione migliore che i cameraman avevano e per la presenza di una troupe e non di un singolo, pur ottimo, regista amatoriale.

Solo in Italia può succedere

Con la parte del mio archivio che vendo alle produzioni di documentari, mi capita spesso di entrare in contatto con delle figure professionali che tecnicamente si chiamano archivisti. Spesso mi capita di collaborare con un’archivista italiana che lavora in Francia, la quale mi ha palesemente detto che quando la produzione di un documentario cerca materiale d’archivio girato nel nostro Paese, chiamano sempre lei, perché solo un Italiano è in grado di avere la pazienza di interagire con chi gestisce i principali archivi storici che ci sono da noi. Pere la cronaca questi sono di proprietà, diretta o indiretta, dello Stato, e sono:

  • l’archivio RAI
  • l’archivio dell’Istituto Luce.

Se entrambi, tra burocrazia, incompetenze e mentalità di altre epoche, nemmeno si degnano di rispondere alle mail di Netflix o Prime Video, figuriamoci se mai renderanno fruibili al pubblico i loro archivi. E dire, lo ripeto, che sono organismi statali e che dovrebbe essere uno degli scopi dello Stato il salvaguardare e diffondere la memoria storica del Paese.

Meglio fare da soli, credetemi.

I film della Milano degli anni ’60 e ’70: la collezione Casu

Con il mio servizio di telecinema, e più ancora con la mia collezione personale, visibile su:

  • YouTube
  • uno dei miei siti, footagefopro.com

riesco ad entrare in contatto con tanti filmaker o, quanto meno, con i loro eredi.

Carlo Casu è un regista amatoriale milanese che ha ripreso la sua città, e molti altri luoghi d’Italia, dagli anni ’60 agli anni ’80. Ho il piacere di includere i suoi girati, ovviamente dopo aver ottenuto il suo consenso scritto, nella mia collezione, a disposizione di documentaristi di tutto il mondo e a perenne memorai digitale dei suoi splendidi lavori.

Per capire l’importanza dell’opera che ha voluto condividere, a livello storico bisogna considerare che nel suo periodo di attività Milano non era ancora una meta turistica di massa come lo è oggi. Era una città molto importante in Italia e, quanto meno, in Europa, ma in tempi in cui il turismo erano due settimane di ferie ad agosto e il viaggio di nozze, e a viaggiare erano solo i ricchi che vivevano in Europa Occidentale, Nord America e Giappone, non ci sono molti filmati che testimoniano com’era la vera Milano degli anni ’60 e ’70.

In più, anche valutando la quantità inferiore di turisti che girava, bisogna considerare che quest’ultimi rivolgevano le loro attenzione di registi amatoriali, in un periodo in cui le cineprese erano rare e le pellicole costavano parecchio, esclusivamente sui luoghi più iconici della città, quindi molta Piazza Duomo, molta Galleria Vittorio Emanuele e dintorni, una discreta quantità di Castello Sforzesco e poco altro.

I giardini pubblici

I giardini pubblici, o giardini di Porta Venezia, sono da sempre un luogo molto amato dai Milanesi. Oggi sono molto cambiati, a cominciare dal nome, visto che nel frattempo sono stati intitolati a Indro Montanelli che, negli anni in cui il video qui sotto è stato girato, spesso li frequentava. E sono cambiati anche perché nel frattempo, per l’esattezza nel 1992, una delle attrazioni che li caratterizzava, ovvero lo zoo, ha chiuso.

Vedere i Giardini Pubblici in una domenica d’inverno del 1973 nel filmato di Carlo Casu con gli stessi occhi di chi ci andava, a differenza di quello che invece mostrano  i filmati professionali, è una possibilità per nulla scontata. Probabilmente in cantine, soffitti e scatoloni sparsi in angoli poco frequentati delle case, c’è ancora tanto girato di analoga importanza da salvare di quel periodo.

L’aeroporto di Linate

Abituati in un’epoca in cui le Compagni low cost hanno reso nella percezione dei viaggiatori gli spostamenti in aereo molto simili a dei tragitti in autobus, fa un po’ sorridere ripensare a quando a Linate c’erano le tribune per gli spettatori e i nonni portavano la domenica mattina i loro nipoti a vedere l’andirivieni di aeromobili sulla pista.

Questo accadeva nel 1968 anche a Linate, magistralmente ripresa sempre da Carlo Casu in questo filmato super 8 d’epoca:

A proposito di viaggi aerei. Da possessore di oltre 1000 film d’epoca, vi certifico che la differenza di approccio tra oggi e gli anni ’60 non è solo una questione di stupore per la tecnologia in sé. C’è anche la componente del pensare di vedere cose che si sarebbe viste una volta sola nella vita e che per questo andavano immortalate per godersele una volta tornati a casa grazie a moviole e proiettori.

Non immaginate quanta parte delle bobine che salvo dopo averle scovate in giro per il mondo sia fatta di nuvole viste dai finestrini durante i voli, con mio enorme dispiacere, considerato che i cieli fanno parte di quei soggetti che rimangono invariati negli anni, a differenza di quanto si poteva invece immortalare nei luoghi di destinazione dove spesso, proprio a causa dei costi elevatissime delle pellicole, si riprendeva in velocità.

La magnifica Sicilia degli anni ’50 e ’60 nei film di Corrado Randone

Da persona nata nel 1977, se penso alle estati degli anni ’60, non potendo contare sui ricordi la fotografia più facile che mi viene in mente è Il Sorpasso, magnifico esempio di quando il cinema italiano era ancora grande.

Per avere però un’idea realistica di quello che facevano le persone all’epoca non posso affidarmi a un film, e nemmeno alle immagini di repertorio della RAI, perché in quest’ultime c’è la mediazione di una troupe di diverse persone e la consapevolezza di chi viene ripreso della presenza della televisione, elemento che presuppone un’atteggiamento innaturale. L’unico documento che mi dà un’idea realistica di come fossero quelle estati in un’epoca e in un mondo completamente diversi da oggi sono i film amatoriali, come questo, che Corrado Randone ha girato a Marina di Ragusa nel 1965:

Solo un regista amatoriale con in mano una cinepresa grande come una macchina fotografica e che magari che riprende persone conosciute e che quindi non lo considerano un regista, ma uno del gruppo, può cogliere la realtà in un momento storico in cui, a differenza di oggi, solo una persona su 1000 aveva l’apparecchiatura per girare filmati.

La cerimonia di Laurea del 1968

Pur essendo tecnicamente possibile registrare il sonoro anche nei film 8 mm e super 8, di fatto questo non accadeva mai. Tra le migliaia di film che ho digitalizzato posso contare sulle dita della mano quelli con l’audio in presa diretta. L’assenza del parlato non preclude però la possibilità di accorgersi, facilmente, delle differenze tra oggi e l’epoca in cui i nonni hanno avevano l’età dei loro odierni nipoti.

Sempre di Corrado Randone, che ovviamente mi ha dato autorizzazione scritta a diffondere i filmati della sua collezione, è questo filmato del 1968, girato nella facoltà di matematica dell’Università di Catania e che ritrae la Laurea del fratello. Non bisogna essere degli storici e nemmeno degli agenti sotto copertura per cogliere i dettagli che permettono di capire quanto diversa fosse la vita dell’epoca. Non tanto per la tecnologia o per altri elementi di cui ci si può facilmente informare nei libri. E nemmeno per l’estetica dell’epoca, più elegante e rispettosa di oggi, come anche solo le fotografie sono in grado di dirci.

E’ una questione di comportamento: gente semplice, educata, serena. E nulla più dei film, soprattutto quelli amatoriali, ce lo dice:


Le collezioni semi professionali di film 8 mm, super 8 e 16 mm

La gran parte delle collezioni di film 8 mm e super 8 amatoriali, o i rarissimi film 16 mm che venivano girati dai registi non professionisti, ritraggono eventi privati. Da collezionista, e soprattutto da restauratore delle bobine delle persone che si affidano al mio laboratorio per salvaguardare i video che ritraggono la storia della loro famiglia, posso certificare che il 99% di quanto si trova immortalato in quel genere di film appartiene alla categoria:

  • pranzi di Natale
  • Matrimoni
  • gite fuori porta

Tutti eventi che descrivono un’Italia che non c’è più (bastano 10 secondi per accorgersi di quanto lontano sia quel mondo) e che proprio per questo vanno mostrati, ma che necessitano di un lavoro non indifferente per essere valorizzati e fatti capire. Dovrebbe farlo lo Stato o, quanto meno, gli storici e le Fondazioni. In realtà è tutto lasciato sulle spalle di persone come me, che a proprie spese lavorano per evitare il disastro di un Paese che oltre a dimenticarsi della propria storia, si dimostra perfino indifferente di fronte alla distruzione dei documenti che la immortalano.

I luoghi dove la storia è più preziosa, perché ritratta con un occhio competente e che magari ha immortalato gli eventi che meglio descrivono la storia d’Italia, sono gli archivi semi professionali. Quelli di creati da appassionati che facevano un altro lavoro nella vita ma che nonostante questo, in un’epoca pionieristica, passavano il loro tempo libero con cineprese, moviole e taglierine, spendendo su queste i propri risparmi, in un’epoca in cui il costo delle pellicole era talmente elevato che l’hobby della ripresa non era per tutti.

O le collezioni dei piccoli studi di produzione, dei quali ne esistevano un paio per Provincia fino agli anni ’60, molto prima che passasse il tragico messaggio che ognuno ha il diritto di fare che vuole che ha riempito l’Italia di pseudo artisti mantenuti a 40 anni dai loro genitori. Quei laboratori artigianali di un’Italia che non esiste più, non fornivano le loro riprese all’Istituto Luce, ma immortalavano altrettanto nobilmente eventi dei quali altrimenti non sarebbe rimasta traccia. O magari si improvvisavano a pubblicitari di borgata, riprendendo l’apertura di un supermercato o la mostra di quadri nelle strade del Paese.

Cosa succeda a quelle collezioni quando viene a mancare l’artigiano/regista che le ha create posso solo immaginarlo, e il più delle volte non sono buone notizie, a causa degli eredi che non capiscono il valore, più storico che economico, dei film che ricevono.

Ma io sono qui per evitare a catastrofe del mancato trasferimento da analogico a digitale che garantirebbe a quella storia che è stata ripresa la vita eterna. Se mai vi capitasse di avere a disposizione dei film amatoriali di valore, perché siete gli eredi di qualcuno che si dilettava a riprendere quando per registrare un video non bastava tirare fuori dalle tasche il telefono, contattatemi con il modulo qui sotto: Possiamo salvaguardare insieme un pezzo di Italia.

Daniele Carrer

Daniele Carrer di fronte al suo scanner per il telecinema e al computer durante la fase di restauro dei film

Chiunque sia interessato a giungere ad un accordo per distribuire la sua collezione di bobine 8 o 16 mm, o a digitalizzare i suoi film (8 mm, super 8 e 16 mm – muti o sonori) con il telecinema del mio laboratorio, può contattarmi usando il modulo qui sotto:

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    Indirizzo email (obbligatorio)

    Messaggio (obbligatorio)

    Come convertire il numero di fotogrammi al secondo con Adobe After Effects

    I fotogrammi al secondo (fps) sono un susseguirsi di immagini che, per un difetto della nostra retina, ci fa credere che i filmati siano delle immagini fluide. Lo standard televisivo italiano prevede che questi fotogrammi siano 25 al secondo, ma ci sono molte eccezioni.

    I fotogrammi al secondo (fps): cosa sono

    Se avete un Iphone, quando registrate un video lo fate usando lo standard televisivo americano, ovvero 29,97 fotogrammi al secondo. Se state guardando un blue ray in un televisore recente, lo state guardando a 24 fotogrammi al secondo, ovvero con lo stesso standard con cui vengono tutt’ora girati i film. Se state giocando ad una console per videogiochi e avete un televisore di ultima generazione è probabile che le immagine che vedete siano 50 al secondo.

    Se invece trovate in soffitta dei vecchi film di famiglia, per capirci, questi:

    Gruppo di pellicole 8 mm

    e avete la possibilità di procurarvi un proiettore, per gustarveli alla velocità con cui sono stati girati dovreste impostare l’apparecchio a:

    • 16 fotogrammi al secondo, nel caso di trattasse di film 8 mm;
    • 18 fotogrammi al secondo, nel caso di trattasse di film super 8.

    I proiettori, però, sono fuori produzione da più di 30 anni e, oltre a questo, sono anche esageratamente scomodi da usare per chi è abitato alla tecnologia moderna.

    La cosa più facile da fare è quindi digitalizzare le pellicole, ma per farlo nel modo corretto bisogna trasformare i 16 o 18 fotogrammi al secondo in 25, e farlo bene. Tanti software ci riescono ma, secondo il mio modesto parere, il migliore programma che potete usare è di gran lunga Adobe After Effects che si può acquistare (o provare gratuitamente) in questa pagina.

    Come convertire i fotogrammi al secondo con Adobe After Effects: il tutorial

    Fare la conversione dei fotogrammi al secondo è estremamente semplice se si usa After Effects, a differenza di quanto succede con altre operazioni che con quello stesso software si possono fare e che permettono di ottenere livelli di qualità molto vicini ai film di Hollywood, ma non sono alla portata tecnica dei non professionisti o, quanto meno, di chi non è esageratamente appassionato della materia software/elaborazione video.

    Il tutorial

    Lanciate Adobe After Effects. Vi appare la schermata di avvio:

    Schermata di Adobe After Effects

    Per importare il vostro film super digitalizzato alla velocità con cui è stato girato, ovvero 18 fps, fate:

    Schermata di Adobe After Effects

    File/Import/File (scusatemi, ma io ho impostato il programma con i comandi in lingua Inglese).

    Vi trovate il video importato in alto a sinistra nella finestra Project. Nella stessa sono riportate le caratteristiche tecniche del filmato:

    Schermata di Adobe After Effects

    ovvero:

    1. risoluzione 976×720
    2. durata 16:13
    3. 18,00 fps

    Trascinate il video, sempre all’interno della finestra Project, sul simbolo del fotogramma che trovate in basso a sinistra, ovvero il terzo della riga:

    Schermata di Adobe After Effects

    e rilasciate il tasto sinistro del mouse.

    In tal modo ottenete una sequenza con le stesse caratteristiche di

    1. risoluzione,
    2. durata,
    3.  fps

    del video che avete importato:

    Schermata di Adobe After Effects

    Non vi resta altro che modificare tali valori secondo quanto abbiamo detto. Per farlo, cliccate nella finestra Project con il tasto destro sopra la sequenza appena creata e selezionate:

    Schermata di Adobe After Effects

    • Composition Settings.

    Vi si apre questa finestra:

    Schermata di Adobe After Effects

    all’interno della quale dovete modificare il Frame Rate, portandolo da 18 a 25.

    Io ne approfitto anche per aggiungere, nella stessa finestra, le bande nere verticali al video, portando la risoluzione a 1280×720, perché la risoluzione di acquisizione è un fuori standard nel mondo del video, e mantenere il file così può causare dei problemi di compatibilità con i software.

    Ne ottengo quindi questi valori:

    Schermata di Adobe After Effects

    Premo:

    • OK

    per confermare.

    I metodi per convertire i fotogrammi al secondo

    Ci sono sostanzialmente 3 metodi per cambiare il numero di fotogrammi al secondo.

    Quello primordiale è velocizzare o rallentare il video. Mi spiego: se un film girato a 16 fotogrammi al secondo viene riprodotto a 25 senza conversioni, questo appare velocizzato, perché si comprime in un secondo quello che quando si è girato è successo in un secondo è mezzo. E’ un po’ l’effetto dei film muti all’alba del cinema: esteticamente non è accettabile se non volete far ridere.

    Il secondo metodo è quello utilizzato di norma da tutti i programmi di montaggio e prevede la ripetizione di alcuni fotogrammi all’interno della sequenza. Sostanzialmente, se si volesse trasformare un film 8 mm in blue ray, convertendo quindi i 16 fotogrammi al secondo originari in 24, bisognerebbe ripetere un fotogramma dopo averne riprodotti 3. Il video sarebbe fatto così: fotogramma 1, fotogramma 2, fotogramma 3, fotogramma 3, fotogramma 4, fotogramma 5, fotogramma 6, fotogramma 6 e fotogramma 7 e via dicendo. La controindicazione è che si perde di fluidità e il video appare scattoso.

    Il terzo metodo è quello a mio avviso migliore, ed appartiene all’epoca moderna, da quando si è iniziato a trattare i video con i computer. Nel caso si trasformino sempre i 16 fotogrammi al secondo in 24, gli 8 fotogrammi mancanti al secondo non sono delle ripetizioni dei fotogrammi esistenti, ma vengono creati da zero dal computer che, calcolando il movimento di tutti soggetti inquadrati, riesce a ricreare la scena. Questo metodo si chiama interpolazione o ricampionamento.

    Non mi dilungo sulla questione, perché l’approfondisco con esempi concreti in quest’altra pagina.

    Interpolare i fotogrammi con Adobe After Effects

    In quest’ultima parte del tutorial vi farò vedere, a prosecuzione di quanto già spiegato, come interpolare i fotogrammi che mancano dal vostro video originario (in questo caso, trasformandoli da 18 a 25).

    Nella finestra timeline c’è come unico elemento: il video che ho importato all’inizio.

    Schermata di Adobe After Effects

    Essendoci una differenza  tra i fotogrammi originari (18) e quelli che ho impostato nella finestra precedente (25), devo dire al programma come calcolare i 7 mancanti.

    Per dirgli con l’interpolazione devo cliccare il quadrattino che c’è a destra del nome del file e che vedete nell’immagine qui sotto, fino a far apparire la freccia:

    Schermata di Adobe After Effects

    Fatto questo, si può esportare il video con 25 fotogrammi al secondo tutti diversi tra di loro.

    Daniele Carrer

    Restaurare film 8 mm: guida e consigli per il fai da te

    Nonostante il titolo di questa guida, mi permetto di sconsigliare di restaurare i propri film di famiglia con il metodo del fai da te.

    Al di là del fatto che il software di restauro è molto difficile da imparare, c’è un problema insormontabile per chi non vuole affidarsi a un laboratorio professionale:

    Non esistono scanner di buona qualità a meno di 20 mila euro.

    Il modello più economico da prendere in considerazione è il FilmFabriek Pictor Pro che trovate illustrato dal produttore in questa pagina. Tutti gli altri sono poco più che giocattoli.

    A partire dagli scanner come il Reflecta Film Scanner Super 8 – Normal 8 che su Amazon costa intorno ai 400 euro e di cui esistono versioni pressoché identiche di altre marche (Film2Digital, Somikon, Kodak), a testimonianza che c’è un solo produttore e chi lo distribuisce appone solo l’etichetta, con buona pace di chi si ricorda di quando Kodak era un marchio serio. O il Reflecta Super 8 Scanner, che non si fatica a trovare nel mercato dell’usato, proprio perché tanti vogliono disfarsene dopo averne testato le prestazioni.

    Tanti anni fa, quando ho messo in piedi il laboratorio, avevo cominciato comprando lo scanner base di Moviestuff, spendendo circa 5 mila euro. Questa qui sotto è una foto della prima versione delle mie apparecchiature:

    Un sistema di telecinema super 8 e 8 mm basato sullo scanner Moviestuff retro 8 e su Final Cut Pro

    Con il Moviestuff Retro 8 usavo il software FinalCut per restaurare. Quando poi sono passato allo scanner professionale che ho oggi, e allo stesso tempo ho sostituito FinalCut con Davinci Studio, ho iniziato a rifare tutti i restauri a cui avevo lavorato in precedenza. Anni di lavoro, che per altro devo ancora terminare, ma ne sta valendo la pena, considerata la differenza abissale di qualità tra i due sistemi.

    So che in rete è pieno di tutorial di presunti geni che modificano un vecchio proiettore e lo fanno diventare un apparecchio che nemmeno Hollywood potrebbe aspirare ad avere. Sarebbe molto bello che le cose stessero così. Lo dice uno che, anziché indebitarsi per ripagare i macchinari che ha acquistato, avrebbe preferito di gran lunga ottenere la stessa qualità con un proiettore degli anni ’70 che si trova su Ebay a 100 euro e un po’ di lavoro per adattarlo. La realtà però è un’altra.

    Lo scanner non è come un computer che 5 anni dopo essere uscito vale un quarto di quello che si è pagato. Il costo dello scanner è solo in minima parte influenzato dal processore e della componentistica di natura informatica. Il prezzo lo fanno:

    • Ottica.
    • Sensore d’immagine (CCD o CMOS).
    • Costi di progettazione dell’apparecchio.
    • Valore aggiunto che solo i pochi produttori di questo genere di apparecchi possono dare.

    Quindi lo scanner non si svaluta sul mercato come i computer e gli smartphone e non è pensabile che negli anni i prezzi si abbassino con la velocità con cui questo succede in altri settori della tecnologia.

    Uno scanner FilmFabriek HDS+ per pellicole 8mm e super 8 durante l'acquisizione

    Questo qui sopra è lo scanner professionale FilmFabriek HDS+ che uso oggi nel mio studio, insieme alla workstation a cui è abbinato.

    Laboratori professionali di restauro e improvvisatori

    Anche affidandosi a chi restaura per professione non è  facile scegliere il laboratorio giusto, perché la professionalità con cui questo lavora fa la differenza tra il:

    • buttare i propri ricordi
    • conservare (e tramandare) documenti che, se andassereo persi, non sarebbero più recuperabili.

    Ecco perché tra i laboratori che effettuano la digitalizzazione delle pellicole esistono:

    • servizi a prezzi di saldo, che si limitano a riprendere con una telecamera (o con lo smartphone) il quadro sul muro illuminato dal proiettore (procedura che rischia anche di rovinare irrimediabilmente il supporto, a causa degli ingranaggi del proiettore) e lasciano agli automatismi della telecamera l’onere del restauro.
    • servizi professionali, portati avanti da laboratorori che hanno attrezzature moderne e conoscono i software di correzione dell’immagine.

    La differenza tra le due opzioni la spiego in modo approfondito in questa guida che ho scritto per il sito.

    Sono convinto delle mie parole, tanto che, a differenza dei miei concorrenti, non ho alcun problema a pubblicare in questo sito decine di filmati che ho restaurato, mostrando così cosa sono in grado di ottenere. Come ho fatto con questo filmato del 1958 che pubblico con l’autorizzazione scritta del proprietario:

    Il restauro fai da te di film 8mm e super 8

    Abbiamo detto che, per effettuare un buon lavoro, è fondamentale avere un buono scanner. Quello che uso io, il FilmFabriek HDS+, costa decine di migliaia di euro e, non solo non è proponibile a chi vuole limitarsi a digitalizzare la sua collezione personale di film 8mm e super 8 ma, proprio per il costo elevato, non è nemmeno alla portata dei laboratori che lavorano a meno di 1000 film all’anno. Io ci riesco per un semplice motivo:

    Il sistema di restauro che ho messo in piedi, non è solo al servizio dei film di famiglia che i clienti mi mandano, ma anche di un archivio di filmati storici che fornisco a produzioni di documentari di tutto il mondo.

    Come dimostrano, per esempio, i titoli di coda di una serie in onda sulla PBS, la televisione pubblica americana. Tra i fornitori di materiale storico è indicato anche il mio archivio, FOOTAGE FOR PRO:

    Grazie a questi due progetti basati sulla stessa tecnologia mi sono potuto permettere lo scanner FilmFabriek che acquisisce film 8mm, super 8, 9,5mm e 16mm, sia muti che dotati di traccia sonora ottica o magnetica.

    A proposito di attrezzature professionali, vi do un consiglio. Più del 90% dei film 8mm e super8 erano muti. Se il servizio che consultate vi dice che non è in grado di acquisire l’audio anche quando questo c’è, significa che usa uno scanner molto economico. Questo, oltre a non consentire di digitalizzare il sonoro, ha anche una qualità dell’immagine pessima.

    Un altro indizio per scovare chi usa attrezzature non all’altezza della situazione sono i tempi di lavorazione. Quando sono superiori a 7 giorni quasi sicuramente usano gli scanner da 400 euro che si trovano in vendita online, perché questi sono interamente in plastica e sono molto lenti ad acquisire.

    Mi capita saltuariamente di guardare i siti internet che propongono servizi, sulla carta, simili al mio. Nessuno pubblica estratti dai filmati a cui ha lavorato, magari mascherando tale assenza con parole altisonanti come programmi professionali, intelligenza artificiale, massima qualità, azienda leader. A me, che un po’ me ne intendo, certi atteggiamenti fanno bollire il sangue, perché io ho le conoscenze tecniche per accorgermi se qualcuno mi prende in giro, mentre i clienti che si trovano in mano i ricordi di famiglia no.

    L’unico elemento importante in una digitalizzazione è il video che si ottiene e, se non vi mostrano esempi di quelli a cui hanno già lavorato, fossi in voi non mi fiderei.

    Qui sotto potete vedere un film 8mm girato a Napoli nel 1957.

    Le riprese sono indicative della qualità che si può ottenere digitalizzando professionalmente le pellicole amatoriali dell’epoca. Per certi aspetti sono anche sotto la media, visto che il cameraman non è tecnicamente impeccabile e il film è più vecchio della gran parte degli altri film in pellicola, il cui periodo d’oro è rappresentato dagli anni ’70, quando cineprese e supporti di registrazione erano un po’ migliori di quelli del 1957.


    Userò questo filmato per illustrare le diverse fasi del restauro. Anche in questo caso, ci tengo a dirlo, pubblico il video dopo aver ottenuto un’autorizzazione scritta dell’autore o dei suoi eredi.

    La prima fase: la preparazione delle pellicole

    Le pellicole 8mm e Super 8, col tempo, accumulano polvere. Questa, in fase di restauro, può essere rimossa in modo efficace, ma non totale. Per questo motivo, prima di acquisire i film mettendoli nello scanner o inserendoli nel proiettore, è necessario pulirli.

    Attenzione: nel filmato digitalizzato rimarranno comunque dei puntini neri visibili.Infatti, questi non sono causati solo dalla polvere, ma anche dallo scrostamento dell’emulsione su cui sono impressionati i fotogrammi. A quel punto si interviene via software, ma lo spiego meglio nella seconda parte di questa guida.

    Il prodotto più adatto per pulire le pellicole è l’isopropanolo, non tanto per la sua funzione detergente — che non è più efficace di quella di tanti altri liquidi — quanto per la sua volatilità, ovvero il fatto che evapora molto velocemente. Se le pellicole restassero bagnate, infatti, si rovinerebbero. Facendo questo lavoro, non avete idea di quante volte mi sia capitato di lavorare su film che, accidentalmente, sono rimasti sommersi nell’acqua. In quei casi, non esiste alcun restauro software in grado di riportarli allo stato originale. Un ottimo motivo per non conservare le pellicole negli scantinati.

    L’isopropanolo si trova in ferramenta o nelle catene della grande distribuzione specializzate nel fai-da-te, al costo di 5-10 euro per la bottiglia da un litro. Per applicarlo, basta usare un panno morbido (vanno benissimo quelli per occhiali), versare il liquido e tenere il tessuto stretto sul film mentre lo si riavvolge velocemente con il proiettore — o con lo scanner, se quest’ultimo è professionale e ha una meccanica sufficientemente robusta da non rompersi a causa dell’attrito.

    Serie di giuntatrici a colla e a nastro adesivo nei formati 8mm, super 8, 9,5mm e 16mm

    Rifare le giunte

    I film che venivano inseriti nelle cineprese erano lunghi 15 metri (50 piedi) e avevano la forma di bobine di 7,5 cm di diametro. Duravano 3 minuti e 20 secondi nel formato Super 8 e 4 minuti nel formato 8mm. Se le vostre bobine sono più larghe, significa che durano di più, come spiegato nella tabella che ho messo in questa pagina, e che sono il risultato dell’unione di più bobine piccole. Per metterle insieme si usavano le giuntatrici:

    • a colla
    • a nastro adesivo

    La premessa di base è questa. Allargo il quadro citando il messaggio di una persona che inizialmente è stata un cliente e col tempo è diventata un amico, con il quale mi diverto spesso a dialogare di film e storia. Come alcuni della sua generazione, ha il merito di aver documentato gli anni ’70 e ’80 con una cinepresa Super 8, cosa che io, per motivi generazionali, non ho avuto il privilegio di fare.

    Fino agli anni Sessanta si usava la colla, che era decisamente migliore.

    Lo scotch è arrivato alla fine di quel decennio e si è rivelato necessario per giuntare le pellicole Super 8 della 3M, che erano in poliestere e non in triacetato. Quelle pellicole erano praticamente indistruttibili, ma non si incollavano nemmeno con il Bostik. Su queste, anche la pista magnetica non era applicabile in modo amatoriale: bisognava rivolgersi a laboratori specializzati che usavano una speciale pasta.

    Io ho usato pochissime pellicole di quel tipo, anche per questo ho comprato una bellissima incollatrice termica della Hähnel che ho utilizzato per i miei film. Le giunte fatte con questa tengono ancora dopo più di 50 anni.

    Confermo che le giunte fatte con il nastro adesivo – e ne esistevano molte qualità, come ho scoperto con la pratica – in un buon 50% dei casi oggi non tengono. La percentuale migliora notevolmente con le giunte a colla, che richiedono però molto più tempo per essere rifatte, oltre a una tecnica un po’ più complicata.

    Quelle che vedete nella foto qui sopra sono le giuntatrici che uso nel mio laboratorio. Ce ne sono sia a colla che a nastro adesivo, e grazie a loro riesco a riparare tutti i formati su cui lavoro:

    • 8mm
    • Super 8
    • 9,5mm
    • 16mm.

    Se non ne avete una, potete trovarne usate anche di ottima qualità. Poco importa se le ultime prodotte risalgono agli anni ’80, visto che sono figlie di un’epoca in cui il mercato non aveva ancora virato pericolosamente verso l’usa e getta, come succede oggi.

    A dire il vero, c’è anche un sito olandese, Van Eck Video Services, che vende giuntatrici nuove a prezzi tendenti all’assurdo, ma se ci sono, evidentemente c’è un mercato. Per quanto riguarda il nastro adesivo e la colla, se non volete fare un mutuo in banca per comprarli in Olanda, li trovate a prezzi più competitivi su eBay.

    Digitalizzare i film 8mm e super 8

    Preparate le pellicole pulendole e rifacendo le giunte che si sono rotte si passa alla digitalizzazione.

    Alla portata degli amatori ci sono due tipi di sistema per acquisire le pellicole:

    1. Riprendere il quadro del proiettore con la telecamera o lo smartphone.
    2. Usare gli scanner 8mm e super 8 da poche centinaia di euro.

    Lavorare con telecamera e proiettore ha l’inaccettabile controindicazione di mettere in pericolo la pellicola, perché i proiettori sono fuori produzione da più di 40 anni e anche all’epoca in cui erano in vendita succedeva che il film si incastrasse tra gli ingranaggi, rovinandosi in modo irrecuperabile.

    Come secondo difetto, usano una lampada a incandescenza. Se questa si ferma anche solo per un secondo, fatto frequente, il fotogramma illuminato si brucia, proprio come nell’immagine qui sotto:

    Bruciatura generata da un proiettore con lampada ad incandescenza in un film super 8 degli anni '80

    Con queste premesse, chiunque abbia a cuore i ricordi che le sue pellicole hanno immortalato, magari relativi a persone che oramai non ci sono più, secondo me dovrebbe fermarsi a pensare se ne vale veramente la pena.

    Gli scanner economici che si trovano, anche su Amazon, a poche centinaia di euro, invece non possono rovinare la pellicola, salvo difetti di fabbricazione sui quali non metto la mano sul fuoco. Dal punto di vista progettuale, però, lo scorrimento del film è esterno all’apparecchio e, quindi, non c’è pericolo che si incastri.

    Unitamente a questo usano una luce fredda a led per illuminare e hanno un altro grande vantaggio: fanno l’acquisizione frame by frame (fotogramma per fotogramma).

    I film 8mm e super 8 erano girati a 16 o 18 fotogrammi al secondo, mentre telecamere e smartphone odierni hanno 25 fotogrammi al secondo, o 29,97. Riprendere con 25 fotogrammi al secondo un filmato girato a 16 o 18 significa che in ciascun fotogramma moderno se accavallano due della ripresa originaria: un disastro a livello di qualità finale.

    Il problema degli scanner economici è che, nonostante abbiano dei vantaggi rispetto ai proiettori, con questi si ottiene ugualmente un filmato pessimo, a causa di:

    1. Una lente di bassa qualità.
    2. Un sensore che rileva l’immagine da fotocamera giocattolo.

    Ecco il confronto tra una digitalizzazione amatoriale e un lavoro professionale. Il film è stato girato in super 8 nel 1980 da un turista italiano in vacanza in Egitto. Aveva avuto la pessima idea di rivolgersi al laboratorio sbagliato, per altro uno di quelli che si trovano in cima alle liste dei motori di ricerca. Ci tengo a ringraziare questa persona perché mi ha autorizzato a diffondere le immagini per evitare che altri facciano il suo stesso errore:

    Le impostazioni corrette: l’esposizione

    Entrambi i sistemi di digitalizzazione amatoriali hanno il difetto di non consentire all’operatore di usare impostazioni manuali durante l’acquisizione. La modalità automatica, se la pellicola è perfetta, può essere una soluzione applicabile. Il problema è che i film di famiglia, essendo girati da registi amatoriali e avendo decenni di vita, presentano spesso dei problemi che solo:

    1. Attrezzature professionali.
    2. Un operatore esperto,

    possono risolvere fin dalla fase di acquisizione.

    Le pellicole vanno infatti digitalizzate con una leggera sottoesposizione. Per ottenerla e permettere al software di restauro di gestirla nel migliore dei modi, lo scanner deve avere una quantità elevata di bit colore. I bit colore sono un valore che indica la quantità di gradazioni che ciascun colore ha. Solo se ne ha a sufficienza, in fase di restauro si può aumentare la luminosità delle immagini scure senza controindicazioni.

    Se invece si acquisisse sovraesponendo, per poi diminuire la luminosità al computer, la qualità delle immagini sarebbe inferiore. Anche a parità di bit colore.

    Ovviamente se l’apparecchio che si usa per acquisire, sia esso uno scanner economico o la telecamera che si usa per riprendere il proiettore, non consente all’operatore di agire manualmente sull’esposizione, si fa quello che si è accettato di fare volendo procedere con il fai da te: ci si accontenta. Magari pensando alla tipica scusa che usano anche i laboratori amatoriali quando i clienti si lamentano:

    Il film è vecchio ed è normale che la qualità sia scarsa.

    Questo non è assolutamente vero.

    Software per restaurare i film di famiglia

    Per restaurare film 8mm e super 8, ma anche 9,5 mm e 16mm, io uso Davinci Studio, abbinato al plug Neat Video, specializzato nel togliere i puntini neri e i graffi, oltre che la grana.

    Esiste la versione gratuita di Davinci Studio: Davinci Resolve. Differisce per poche cose, quindi se si devono effetuare lavorazioni una tantum forse la versione a pagamento non vale la pena.

    Gli altri software di montaggio video, come FinalCut, Adobe Premiere e Avid sono altrettanto strutturati per fare correzione dell’immagine e quindi restauro. Io che, da montatore professionista, li ho usati tutti li ritengo meno pratici di Davinci Studio. E’ però una questione molto soggettiva, perché esistono montatori professionisti, o anche colorist – che sono quelle figure professionali che si specializzano nel solo trattamento dell’immagine, che hanno opinioni diverse dalla mia.

    Quello che senz’altro sconsiglio di fare è usare software amatoriali come Pinnacle Studio, Movie Maker, Moravi Video Editor, che vanno benissimo per montare se non si hanno particolari esigenze, ma hanno funzioni basilari di correzione dell’immagine, quando non anche quasi completamente automatiche. Di conseguenza, su immagini complicate come quelle dei film storici, vanno in crisi.

    Tornando ai tutorial miracolosi che si trovano in rete, esiste anche un programma open source chiamato VirtualDubMod. Lo conosco bene perché, prima di aprire il laboratorio, l’ho testato in modo approfondito. Premettendo che è molto difficile da usare, posso affermare con cognizione di causa che alla prova dei fatti, come sempre, le cose cambiano rispetto a quanto si vede su YouTube. Il problema è che per fare uno di quei tutorial si lavora a 100 film diversi, ma si fa vedere solo il migliore, omettendo di dire che gli altri 99 non sono venuti bene.

    Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale applicata al restauro, ci sono due opzioni che vanno per la maggiore:

    • Topaz Video AI
    • Runway

    Io li monitoro in continuazione, perché per fare bene il mio lavoro bisogna rimanere costantemente aggiornati. Tutte le prove che ho fatto, fin dal loro lancio, sono state deludenti, perché gli artefatti che generano sono inaccettabili.

    Mi spiace deludere quelli che credono che la tecnologia nel settore del restauro stia già facendo miracoli, consentendo all’operatore di non fare fatica e di rimanere ignorante perché tanto fa tutto l’intelligenza arfiticiale:

    Ad oggi, per restaurare bene film 8mm e super 8 sono ancora necessari anni di esperienza e tanto lavoro su ogni pellicola.

    Dopo anni di fatiche, sia sul mio archivio personale (lo potete vedere anche in uno dei miei Canali YouTube), sia sui film dei clienti che si rivolgono a me, solo adesso sono perfettamente in grado di togliere la gran parte dei segni del tempo che si accumulano sulle pellicole. All’inizio, pur venendo da un’esperienza di montatore televisivo professionista, non ero all’altezza della situazione e ho dovuto impiegare il mio tempo per imparare. Figuriamoci se fossi stato un improvvisato senza nessuna esperienza importante alle spalle.

    Il restauro di film 8mm e super 8 in Davinci Studio

    Come abbiamo detto, l’ideale sarebbe acquisire la pellicola con attrezzature professionali perché, tra le tante cose, hanno il vantaggio di permettere di usare impostazioni manuali, a partire dalla possibilità di sottoesporre leggermente l’immagine.

    Fotogramma originale scansionato da un film 8mm del 1957 girato a Napoli

    Il ridimensionamento del fotogramma

    Dopo essere uscito dallo scanner, il filmato di Napoli del 1957 appariva così come lo si vede qui sopra. Il fotogramma principale comprendeva porzioni dei fotogrammi precedente e successivo, e anche i bordi laterali includevano aree esterne, come il foro su cui all’epoca si innestavano gli ingranaggi del proiettore e della cinepresa.

    E’ necessario fare così perché, in determinate situazioni, l’immagine oscilla, e solo se la prozione che si acquisisce è ampia si riesce a compensare lo spostamento.

    Per arrivare al video finale, la prima cosa da fare è quindi:

    1. Ingrandire il fotogramma per portarlo a tutto schermo.
    2. Tagliare i lati.
    3. Centrare l’immagine.

    Fatto questo si passa alla fase successiva: la color correction.

    Il video che pubblico qui sotto confronta il filmato di Napoli in queste due fasi:

    • a sinistra dopo il solo ridimensionamento
    • a destra dopo il ridimensionamento e la correzione dei colori e della luminosità

    La color correction

    Per parlare della correzione dei colori e della luminosità, indicata come color correction nella gran parte dei software, c’è da fare una premessa importante:

    Gli scanner professionali hanno una funzione che permette di regolare le lampade in automatico, aumentando l’intensità nelle scene scure e diminuendola in quelle chiare.

    La luce che illumina lavora però in modo lineare, ovvero non può essere regolata distinguendo gli scuri dai chiari. Questo non va bene, perché i film 8mm e super 8 negli anni decadono soprattutto nelle parti in ombra o in controluce. Quindi, per riportare le pellicole alla qualità iniziale bisogna lavorare con le curve, che invece permettono di distinguere dove applicare la regolazione della luminosità.

    Nella funzione Curves di Davinci Studio e Davinci Resolve si deve agire sul grafico di sinistra, la cui linea parte dritta:

    Curve senza modifiche di Davinci Studio

    e, dopo la correzione, diventa così:

    Curve modificate di Davinci Studio

    La linea bianca è stata modificata inserendo e spostando verso l’alto un punto nella parte sinistra. Questo significa che solo i colori scuri sono stati alzati, come si vede negli Scopes, il grafico con i tre colori di base, rosso, verde e blu, che c’è a destra.

    Come ulteriore regolazione è stato rinforzato il colore rosso, perché i film 8mm e super 8 negli anni prendono una leggera dominante fredda.

    Come ben visibile nel fotogramma di anteprima del video sopra, lavorare in questo modo, magari in un’inquadratura difficile dove sono presenti zone di luce diverse tra di loro, fa riapparire i soggetti in ombra che altrimenti si sarebbero persi.

    La correzione della grana

    Ridimensionato il fotogramma e corretti i colori, cosa da fare possibilmente spezzone per spezzone, anche se questo porta via un sacco di tempo, si passa al contenimento della grana e dei puntini neri e graffi.

    La grana è una sorta di marchio di fabbrica delle pellicole e nell’aumentare la luminosità con le curve viene ulteriormente accentuata.

    I programmi di montaggio professionale, Davinci Studio incluso, hanno tutti una funzione specifica per fare questo tipo di correzione. Nessuno di questi però, allo stato delle cose, ha l’efficacia di Neat Video. Apportare queste correzioni non è infatti privo di controindicaizoni e Neat Video ne ha molte meno delle funzioni integrate nei software. Non entro troppo nei dettagli tecnici, ma mi riferisco soprattutto al comando che permette di togliere i puntini neri, perché a volte questo è impreciso e toglie anche altri elementi dell’inquadratura.

    Sulla sinistra potete verdere il video dopo il ridimensionamento e la color correction. Sulla destra lo stesso video a cui è stata applicata anche la correzione della grana e dei puntini neri:

    Come è evidente fin dal fotogramma di anteprima, Neat Video fa il suo lavoro egregiamente. In alcuni passaggi molto problematici magari non è perfetto, ma si può accettare il margine di errore con cui lavora.

    La stabilizzazione elettronica delle immagini

    Le cineprese non avevano né lo stabilizzatore ottico né, tanto più, quello elettronico, che invece sono presenti in tutte le telecamere moderne e negli smartphone. In più, lo dico a beneficio di coloro che non hanno mai ripreso prima degli anni ’80, la pellicola che scorreva all’interno favoriva ulteriormente le vibrazioni.

    Quindi, se oggi che la tecnologia è andata avanti si vuole fare un buon lavoro di restauro, bisogna stabilizzare il filmato. Ci si riesce con pressoché tutti i software di montaggio. Questi hanno integrato un sistema per analizzare le immagini e applicare un contromovimento alle oscillazioni generate dalla mano del regista. La precisione della stabilizzazione cambia da software a software e io, anche in questo caso, considero lo stabilizzatore di Davinci il migliore in circolazione.

    Le impostazioni che uso dipendono da diversi fattori, non ultimo la risoluzione della timeline e del file acquisito. Le riporto, graficamente, qui sotto, perché se si sbagliano si possono fare molti danni al filmato:

    Grafico dello stabilizzatore di Davinci Studio

    Grazie al mio archivio personale mi capita molto stesso di parlare con produttori esecutivi o archivisti, ovvero quelle figure professionali che si occupano di cercare i filmati storici per i documentari.

    Tra le tante cose di cui si stupiscono quando dico loro che i miei video sono generati da pellicole 8mm e super8 amatoriali, c’è la grande qualità di ripresa, che non è tipica delle immagini girate da non professionisti.

    Questa qualità che meraviglia gli addetti ai lavori è dovuta, almeno in parte, al grande miglioramento degli stabilizzatori software che c’è stato negli ultimi anni. Quindi attenzione a non sottovalutare questo passaggio che vedete dimostrato nel video qui sotto.

    Sulla sinistra il filmato dopo il ridimensionamento, la color correction e la correzione della grana e dei puntini neri, sulla destra lo stesso filmato dopo la stabilizzazione:

    La correzione del numero dei fotogrammi al secondo

    Introduco l’ultimo video che illustra le diverse fasi del restauro facendo una premessa di carattere tecnico.

    La diversità estetica che subito salta agli occhi tra un film amatoriale dello scorso secolo e un video moderno è il formato dello schermo. Una volta era 4/3, mentre oggi è 16/9. I primi quindi, su un televisore di oggi, si vedono con le bande nere verticali.

    C’è però un’ulteriore differenza che i non professionisti non conoscono e, purtroppo, è ben più complicata da gestire: il numero di fotogrammi al secondo. Una volta erano 16 (film 8 mm) o 18 (film super 8) e oggi sono 25, o 29,97.

    Come ho accennato prima, questo problema si inizia a risolvere in fase di acquisizione usando apparecchiatura che fa la digitalizzazione frame by frame. La questione però persiste nelle fasi successive e fino all’esportazione del video finale.

    Per quanto gran parte dei televisori e monitor da computer siano in grado di riprodurre filmati a 16 o 18 fotogrammi al secondo, convertendoli in tempo reale a 25 o 29,97, il modo in cui questo avviene non è preciso come quello che si può ottenere lavorando bene al computer in fase di restauro.

    Ecco perché il mio laboratorio non consegna mai video a 16 o 18 fotogrammi al secondo, cosa che per altro mi risparmierebbe del tempo, ma li converte tutti a 25: farlo durante l’esportazione genera dei risultati migliori di quelli che i televisori e i monitor ottenengono con la conversione durante la riproduzione.

    Adattare con un software di restauro il numero di fotogrammi al secondo è possibile in 3 modi:

    1. Aggiungere i fotogrammi ripetendo quelli che ci sono.
    2. Aggiungere i fotogrammi creando una dissolvenza incrociata tra alcuni fotogrammi adiacenti.
    3. Usare l’intelligenza artificiale per ricalcolare le scene e ricreare da zero i 25 fotogrammi al secondo.

    Quest’ultima tecnologia è avveneristica, ma ha delle controindicazioni. La prima è un problema del laboratorio e per questo è gestibile, ovvero è molto dispendiosa a livello di tempo. La seconda è che richiede un controllo costante da parte di un’operatore esperto e, pur con questo, in alcune scene non è ancora in grado di calcolare perfettamente i fotogrammi e genera degli artefatti che rendono inaccettabile il video.

    Per questo motivo, con i film che mi mandano i clienti, il mio laboratorio non usa l’intelligenza artificiale per adattare il numero di fotogrammi al secondo. Usa il metodo della ripetizione dei fotogrammi.

    Tutti i software di montaggio professionale hanno una funzione simile e, avendoli provati tutti, sono convinto che Davinci Studio sia il più preciso. A puro scopo illustrativo vi mostro qui sotto i risultati dell’adattamento del numero dei fotogrammi con l’intelligenza artificiale:

    Conclusioni sui metodi fai da te

    Dopo aver condiviso il mio metodo di lavoro, mi riallaccio a quanto detto all’inizio:

    Se si vuole ottenere un buon restauro bisogna avere attrezzature molto costose e anni di esperienza con i software di correzione dell’immagine.

    So bene che tanti, dopo aver visto i diversi passaggi del lavoro, stanno già pensando che alcuni sono superflui e si possono evitare, perché i risultati sul video non sono così evidenti. E’ un meccanismo umano quello di autoconvincersi che la realtà sia come la si vorrebbe, ma su qualsiasi argomento bisognerebbe avere l’umiltà di affidarsi a chi ha più esperienza, non perché sia una persona migliore, ma perché ha una maggiore teoria e pratica in quello che spiega.

    Io ricevo centinaia di mail all’anno e la mia casella di posta elettronica è piena di persone che mi deridono, dicendo che risparmieranno e otterranno i miei stessi risultati riprendendo con lo smartphone il quadro del proiettore. Contenti loro…

    I metodi fai da te hanno il loro fascino. Sono il primo che li usa per essere più veloce e per il piacere di risolvermi i problemi. Lo faccio però solo quando si tratta di operazioni semplici e che, nell’ipotesi che il lavoro non sia svolto correttamente, non provochino gravi conseguenze. Un conto è montarsi la scarpiera dell’Ikea, ma se l’impianto elettrico di casa ha dei problemi è meglio chiamare un tecnico per evitare che la casa prenda fuoco se si sbaglia qualcosa.

    Il restauro dei film 8mm e super 8 è una lavorazione complessa. Se non viene svolta in modo adeguato non valorizza i ricordi della propria storia familiare, rovinandoli quindi per sempre – come nel video dell’Egitto che ho pubblicato a inizio pagina: per una persona che si è rivolta a un laboratorio professionale per rifare il lavoro ce ne sono 10 che hanno accettato la spiegazione che si vede male perché il film è vecchio. Quindi per loro il ricordo rimarrà sempre:

    1. Sfuocato.
    2. Mosso.
    3. Con i colori sfasati.

    E comunque: che senso ha fare tutta questa fatica per imparare e poi lavorare solo ai film della propria collezione?

    Non c’è motivo di perdere mesi a studiare e investire tanti soldi, perché una volta finito il lavoro dovrete mettere lo scanner in soffitta e vanificare tutta la fatica che avete fatto. Io il mio  investimento e il tempo impiegato li metto a frutto con i film che mi arrivano ogni giorno, ma mai mi sarei sognato di fare lo stesso con 10 o 20 bobine soltanto.

    Adesso che sapete tutto, fate le vostre scelte.

    Daniele Carrer

    Daniele Carrer di fronte al suo scanner per il telecinema e al computer durante la fase di restauro dei film

    Chiunque sia interessato a digitalizzare i suoi film 8 mm, super 8, 9,5mm o 16 mm, muti o sonori, con il mio telecinema può contattarmi usando il modulo qui sotto:

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